Il budget mensile con la regola 50/30/20 adattata all'Italia
La regola 50/30/20 è il modo più semplice di dividere uno stipendio: metà per ciò che serve, il trenta per cento per ciò che si vuole, il venti per cento per il futuro. È stata formulata negli Stati Uniti per redditi e costi americani, e applicata così com'è a uno stipendio italiano medio produce spesso un risultato imbarazzante: le sole spese necessarie superano il cinquanta per cento, e il venti di risparmio non esiste. La regola resta utile, ma va adattata, e adattarla è l'esercizio che insegna più di ogni altro dove vanno davvero i soldi.
Questo articolo spiega la regola e le sue tre categorie con i criteri per assegnare ogni spesa, perché in Italia va adattata e come (con proporzioni diverse per fasce di reddito), due esempi completi con 1.400 e 2.500 euro netti, come gestire la tredicesima e i redditi variabili, come automatizzare il budget in modo che funzioni senza volontà, la revisione mensile e gli errori che lo fanno fallire.
La regola
Si parte dal reddito netto mensile, quello che arriva sul conto, e si divide in tre parti.
Il 50% per i bisogni (le spese necessarie): affitto o mutuo, utenze, alimentari, trasporti per lavorare, assicurazioni obbligatorie, rate di prestiti in corso, spese mediche di base, spese per i figli non evitabili, telefono e connessione. Il criterio: ciò che si deve pagare comunque per vivere e lavorare, nella misura minima necessaria (la spesa alimentare sì, la cena fuori no; la connessione sì, l'abbonamento alla piattaforma no).
Il 30% per i desideri (le spese discrezionali): ristoranti e bar, abbonamenti, viaggi, abbigliamento oltre il necessario, hobby, regali, uscite, tecnologia, tutto ciò che migliora la vita e che si potrebbe tagliare in un mese difficile.
Il 20% per il futuro (risparmio e debiti): il fondo di emergenza, gli investimenti, la previdenza integrativa, e l'estinzione anticipata dei debiti oltre la rata minima (la rata minima è un bisogno; il rimborso accelerato è futuro).
La regola ha un pregio che le fa perdonare i suoi limiti: è ricordabile, e costringe a mettere il risparmio nel piano prima che i soldi finiscano.
Perché in Italia va adattata
Lo stipendio netto mediano di un lavoratore dipendente italiano sta intorno ai 1.500–1.700 euro al mese, e nelle grandi città un affitto di una stanza o di un piccolo appartamento assorbe da solo tra il 30% e il 50% di quella cifra. Sommando utenze, alimentari e trasporti, i bisogni superano facilmente il 60–70%. Il 30% per i desideri e il 20% per il risparmio non esistono, e chi prova ad applicare la regola conclude che il budget non è per lui.
La conclusione giusta è un'altra: le proporzioni si adattano al reddito, e ciò che conta è che il risparmio abbia una percentuale fissa, anche piccola, decisa prima.
| Reddito netto mensile | Proporzione suggerita (bisogni / desideri / futuro) | Note |
|---|---|---|
| Fino a 1.300 € | 70 / 20 / 10 | Il 10% di risparmio è l'obiettivo; anche il 5% costruisce l'abitudine |
| 1.300–1.800 € | 60 / 25 / 15 | La fascia dello stipendio mediano |
| 1.800–2.500 € | 55 / 25 / 20 | La regola classica diventa raggiungibile |
| 2.500–3.500 € | 50 / 30 / 20 | La regola classica |
| Oltre 3.500 € | 45 / 25 / 30 o 40 / 30 / 30 | I bisogni non crescono in proporzione: il futuro può |
Chi vive con i genitori, chi ha la casa di proprietà senza mutuo, chi vive in una città con affitti bassi ha bisogni molto più bassi della media e può risparmiare percentuali alte anche con redditi modesti; chi paga un affitto alto in una grande città ha la proporzione più difficile e il maggiore incentivo a cambiare la voce dell'abitazione.
Due esempi completi
1.400 euro netti, in affitto, città media
| Categoria | Proporzione 60/25/15 | Voci |
|---|---|---|
| Bisogni | 840 € | Affitto stanza o piccolo appartamento 500, utenze e connessione 90, alimentari 180, trasporti 50, telefono 10, assicurazioni e imprevisti di base 10 |
| Desideri | 350 € | Uscite e ristoranti 150, abbonamenti 30, abbigliamento 50, hobby e regali 70, viaggi (accantonamento) 50 |
| Futuro | 210 € | Fondo di emergenza 150 (finché non è pieno), poi investimenti; previdenza integrativa 60 |
Se l'affitto fosse 650 invece di 500, i bisogni salirebbero a 990 e la proporzione a 70/20/10: i desideri a 280, il futuro a 130. È la realtà di molti, e il budget serve a vederla e a decidere: ridurre i desideri, cambiare casa, aumentare il reddito.
2.500 euro netti, in affitto, grande città
| Categoria | Proporzione 50/30/20 | Voci |
|---|---|---|
| Bisogni | 1.250 € | Affitto 800, utenze e connessione 120, alimentari 250, trasporti 60, telefono e assicurazioni 20 |
| Desideri | 750 € | Uscite e ristoranti 250, abbonamenti 50, abbigliamento 100, hobby e regali 150, viaggi 200 |
| Futuro | 500 € | Fondo di emergenza fino a 6.000–7.500 euro, poi piano di accumulo 350, previdenza integrativa 150 |
Con 2.500 euro la regola classica regge, e il venti per cento produce in dieci anni, investito, un capitale che cambia le possibilità.
La tredicesima e le entrate straordinarie
La tredicesima (e la quattordicesima dove c'è), i rimborsi fiscali, i bonus, i regali in denaro non entrano nel budget mensile: sono entrate straordinarie, e la regola è destinarle in gran parte al futuro (il fondo di emergenza finché non è pieno, poi investimenti o estinzione dei debiti) e in parte piccola ai desideri, come premio. Chi le usa per pareggiare i mesi in cui ha speso troppo non ha un budget: ha un rinvio.
I redditi variabili
Chi lavora in autonomia (partita IVA, incaricati alla vendita, freelance) non ha uno stipendio uguale ogni mese, e la regola si applica con due accorgimenti. Prima di tutto si accantona la quota per tasse e contributi (nel forfettario circa un quarto del fatturato, da versare a giugno e novembre), che non è reddito. Poi si calcola il reddito netto medio degli ultimi sei-dodici mesi e si costruisce il budget su quello, non sul mese buono: nei mesi sopra la media l'eccedenza va in un conto cuscinetto, nei mesi sotto la media si preleva dal cuscinetto. Il fondo di emergenza di chi ha redditi variabili è più grande (sei-dodici mesi di spese essenziali), e il budget lo prevede.
Automatizzare il budget
Il budget che dipende dalla volontà a fine mese fallisce. Quello che funziona si automatizza il giorno dopo lo stipendio.
Il conto del futuro. Un bonifico automatico il giorno dopo l'accredito verso un conto separato (deposito libero o conto di risparmio) per il fondo di emergenza, e verso il piano di accumulo per gli investimenti: la percentuale del futuro esce prima che i soldi siano disponibili per il resto.
Il conto dei bisogni. Le spese fisse (affitto, utenze, rate, abbonamenti necessari) addebitate su un conto o pagate nei primi giorni del mese, così che ciò che resta sia davvero disponibile.
Il conto dei desideri. Ciò che resta dopo futuro e bisogni è la cifra da spendere in libertà nel mese, su una carta dedicata o con un limite settimanale (la cifra dei desideri divisa per quattro): quando finisce, finisce, senza colpe e senza calcoli.
Con tre conti (o due conti e una carta) il budget si gestisce da solo: si guarda una volta a settimana quanto resta sulla carta dei desideri e una volta al mese se le proporzioni reggono.
La revisione mensile
Un'ora, il primo weekend del mese, con gli estratti conto o l'app. Le tre categorie con le spese reali del mese passato, confrontate con le proporzioni decise. Le domande: i bisogni sono davvero bisogni (l'abbonamento finito tra le utenze, la spesa alimentare che include i pasti fuori)? I desideri hanno una voce che è cresciuta senza che me ne accorgessi? Il futuro è uscito per intero, o l'ho toccato? Qualche spesa fissa si può ridurre (le utenze con un cambio di fornitore, l'assicurazione, gli abbonamenti dimenticati)? E la decisione per il mese dopo: una voce da correggere, non dieci.
Il budget è un'approssimazione che migliora con i mesi: il primo è sempre sbagliato, il terzo assomiglia alla realtà, il sesto è uno strumento.
Gli errori che lo fanno fallire
Applicare il 50/30/20 a un reddito che non lo regge, concludere che il budget non funziona e abbandonarlo.
Mettere nei bisogni ciò che è desiderio (l'auto più grande del necessario, la casa più cara, gli abbonamenti "indispensabili"), e trovarsi con il 75% di bisogni senza sapere perché.
Il risparmio a fine mese ("quello che resta"), che non resta mai.
Dimenticare le spese annuali (assicurazioni, bollo, tasse, regali di Natale, vacanze): vanno divise per dodici e accantonate ogni mese, o sono l'imprevisto che salta il budget ogni anno.
Non prevedere gli imprevisti: il fondo di emergenza è ciò che assorbe la caldaia rotta senza distruggere il mese.
Il budget troppo rigido, con venti categorie e il senso di colpa per ogni caffè: tre categorie e un limite settimanale reggono anni; venti categorie reggono un mese.
Non usare la tredicesima per il futuro, e viverla come un mese doppio.
Non alzare la percentuale del futuro quando il reddito cresce: gli aumenti si dividono, non si spendono per intero.
In sintesi
La regola 50/30/20 divide il reddito netto in bisogni (metà), desideri (il trenta) e futuro (il venti), e in Italia va adattata perché lo stipendio mediano con un affitto porta i bisogni al 60–70%: fino a 1.300 euro si punta al 70/20/10, tra 1.300 e 1.800 al 60/25/15, tra 1.800 e 2.500 al 55/25/20, e la regola classica diventa raggiungibile dai 2.500 in su, con chi non paga affitto o mutuo che può fare molto meglio. Ciò che conta è che il futuro abbia una percentuale fissa decisa prima, anche il 5%, e che esca il giorno dopo lo stipendio con un bonifico automatico verso un conto separato, prima dei bisogni (addebitati nei primi giorni) e dei desideri (ciò che resta, con un limite settimanale).
La tredicesima e le entrate straordinarie vanno in gran parte al futuro; i redditi variabili accantonano prima tasse e contributi e costruiscono il budget sulla media con un cuscinetto; la revisione mensile di un'ora corregge una voce per volta. Fallisce chi applica proporzioni che il reddito non regge, chi chiama bisogni i desideri, chi risparmia "quello che resta", chi dimentica le spese annuali e chi vive la tredicesima come un mese doppio. Il budget del primo mese è sempre sbagliato; quello del sesto è uno strumento.