Partita IVA forfettaria 2026: requisiti, aliquote, coefficienti e costi reali

Il regime forfettario è il modo in cui la maggior parte delle attività autonome piccole paga le tasse in Italia, ed è la ragione per cui aprire la partita IVA costa meno di quanto si teme: un'imposta unica al 5% per i primi cinque anni (poi 15%) su un reddito calcolato con un coefficiente e non con i costi reali, niente IVA, niente ritenute, niente studi di settore, una contabilità ridotta. Ha regole di accesso e di uscita precise, coefficienti che cambiano molto da un'attività all'altra, e un costo che quasi nessuno guarda prima di aprire: i contributi previdenziali, che per alcune gestioni sono fissi e pesano più delle imposte.

Questo articolo mette in fila il regime forfettario com'è nel 2026: i requisiti e le cause ostative (con la soglia dei redditi da dipendente confermata a 35.000 euro), le aliquote e le condizioni per il 5%, i coefficienti di redditività per gruppi di attività, i contributi INPS per ciascuna gestione (separata, artigiani e commercianti, casse) con le riduzioni, gli adempimenti (fattura elettronica, bollo, dichiarazione, acconti), l'uscita dal regime, il conto completo su 30.000 euro di ricavi per tre profili e gli errori.

I requisiti per accedere e restare

Si accede al forfettario, e vi si resta l'anno successivo, se nell'anno precedente:

  • i ricavi o compensi incassati non hanno superato 85.000 euro (ragguagliati ad anno per chi inizia in corso d'anno);
  • le spese per lavoro dipendente, collaboratori e assimilati non hanno superato 20.000 euro lordi;
  • i redditi da lavoro dipendente e assimilati (compresa la pensione) non hanno superato 35.000 euro lordi, soglia che la legge di bilancio ha confermato per il 2026 (il valore ordinario è 30.000, elevato per il 2025 e il 2026); la verifica non si fa se il rapporto di lavoro è cessato.

E se non ricorrono le cause ostative: l'applicazione di regimi speciali IVA o di determinazione forfettaria del reddito; la residenza fuori dall'Italia (salvo i residenti in paesi dell'Unione o dello Spazio economico europeo che producono in Italia almeno il 75% del reddito); la cessione prevalente di fabbricati, terreni edificabili e mezzi di trasporto nuovi; la partecipazione a società di persone, associazioni professionali o imprese familiari, e il controllo di società a responsabilità limitata che esercitano attività riconducibili a quella del forfettario; e l'esercizio dell'attività prevalentemente verso il datore di lavoro attuale o quello dei due anni precedenti (o soggetti a loro riconducibili), salvo chi inizia dopo il periodo di pratica obbligatoria per una professione.

Le cause ostative si verificano nell'anno di applicazione: chi ne incorre esce dall'anno successivo.

Le aliquote

L'imposta sostitutiva (di IRPEF, addizionali e IRAP) è del 15% sul reddito forfettario. È del 5% per i primi cinque anni di attività a tre condizioni: non aver esercitato attività d'impresa, arte o professione nei tre anni precedenti (anche in forma associata o familiare); che la nuova attività non sia la mera prosecuzione di un'attività precedente svolta come dipendente o autonomo (stessi clienti, stesse mansioni, stessa struttura), con l'eccezione della pratica obbligatoria; e, se si prosegue un'attività di altri, che i ricavi dell'anno precedente non superassero la soglia.

Il forfettario non applica l'IVA sulle fatture (che riportano la dicitura del regime e l'imposta di bollo da 2 euro sopra i 77,47 euro), non subisce la ritenuta d'acconto dai committenti (che va comunicato in fattura), non detrae l'IVA sugli acquisti e non deduce i costi, che sono forfettizzati nel coefficiente. I contributi previdenziali versati si deducono dal reddito forfettario prima dell'imposta.

I coefficienti di redditività

Il reddito su cui si paga l'imposta è il fatturato moltiplicato per un coefficiente che dipende dal codice ATECO dell'attività, e che rappresenta la quota di ricavi che il fisco considera reddito (il resto sono costi presunti).

Gruppo di attività (per sezioni e codici ATECO) Coefficiente
Industrie alimentari e delle bevande; commercio all'ingrosso e al dettaglio; commercio ambulante di alimentari e bevande; servizi di alloggio e ristorazione 40%
Commercio ambulante di altri prodotti 54%
Intermediari del commercio 62%
Attività professionali, scientifiche e tecniche; sanità e assistenza; istruzione; servizi finanziari e assicurativi 78%
Costruzioni e attività immobiliari 86%
Tutte le altre attività (manifatturiere, agricole, trasporti, editoria e produzione audiovisiva, informatica e servizi di informazione, noleggio e servizi di supporto alle imprese, attività artistiche, sportive e altri servizi) 67%

La conseguenza che sorprende chi apre: il coefficiente dipende dal codice ATECO, non da come si percepisce il proprio lavoro. Un consulente di marketing (sezione delle attività professionali) ha il 78%; uno sviluppatore di software o un produttore video (sezione dell'informatica e dell'audiovisivo) ha il 67%; un commerciante online il 40%. A parità di fatturato, il commerciante paga l'imposta su una base molto più bassa, ma ha i contributi fissi dei commercianti; il professionista paga su una base alta, con i contributi in percentuale. La scelta del codice, dove l'attività lo consente, incide sul conto, e va fatta con il commercialista.

I contributi INPS: il costo che decide

I contributi previdenziali dipendono dalla gestione in cui l'attività rientra, e sono la voce che più spesso viene sottovalutata.

La gestione separata (professionisti senza cassa di categoria, consulenti, freelance dei servizi, molti lavoratori autonomi dei servizi digitali): un'aliquota intorno al 26% del reddito forfettario per chi non ha altra copertura previdenziale, ridotta (intorno al 24%) per chi è anche dipendente o pensionato. Nessun minimo fisso: chi guadagna poco paga poco. I contributi si versano con la dichiarazione, in saldo e acconti.

La gestione artigiani e commercianti (chi esercita attività artigianali o commerciali, compreso il commercio elettronico, e le attività che l'INPS vi riconduce): contributi calcolati su un reddito minimale (intorno ai 18.800 euro nel 2026) anche se il reddito effettivo è inferiore, con un'aliquota intorno al 24%, cioè contributi fissi minimi dell'ordine di 4.500–4.800 euro l'anno, più una percentuale sul reddito eccedente il minimale, con versamenti trimestrali fissi. I forfettari possono chiedere la riduzione del 35% dei contributi (che riduce anche l'accredito pensionistico in proporzione), portando i minimi intorno ai 3.100–3.200 euro; per chi si è iscritto per la prima volta nel 2025 la legge di bilancio ha introdotto una riduzione del 50% per trentasei mesi, alternativa a quella del 35%, la cui estensione ai nuovi iscritti degli anni successivi va verificata nelle disposizioni in vigore.

Le casse di categoria (avvocati, ingegneri, architetti, medici, commercialisti, geometri e le altre professioni ordinistiche): regole, minimi e aliquote proprie di ciascuna cassa, spesso con contributi minimi anche per i redditi bassi.

Il conto che questa differenza produce: un consulente con 10.000 euro di ricavi in gestione separata paga circa 2.000 euro di contributi; un commerciante online con gli stessi 10.000 euro paga circa 3.100 euro con la riduzione del 35% (4.700 senza), perché il minimale prevale.

Gli adempimenti

L'apertura: la dichiarazione di inizio attività all'Agenzia delle Entrate con il codice ATECO e l'opzione per il regime (gratuita), e per le attività d'impresa la comunicazione unica alla Camera di commercio (con l'iscrizione al registro delle imprese e la posizione INPS), la SCIA al Comune dove richiesta, la PEC.

La fattura elettronica, obbligatoria per tutti i forfettari dal 2024, emessa attraverso il Sistema di interscambio con un software o con i servizi gratuiti dell'Agenzia, con la dicitura del regime, la non applicazione della ritenuta, il bollo da 2 euro sopra i 77,47 euro (assolto in modo virtuale con i versamenti trimestrali). Per i clienti esteri le regole delle prestazioni verso l'estero, con l'iscrizione al VIES per i clienti europei soggetti passivi.

I corrispettivi per chi vende ai consumatori senza fattura, con il registratore telematico o la procedura online.

La dichiarazione dei redditi annuale con il quadro del forfettario, che calcola il reddito con il coefficiente, deduce i contributi versati e determina l'imposta sostitutiva.

Gli acconti e il saldo: l'imposta si versa a giugno (saldo dell'anno precedente e primo acconto) e a novembre (secondo acconto), e nel secondo anno di attività arrivano insieme il saldo del primo e gli acconti del secondo: il momento in cui chi non ha accantonato scopre il problema. La regola: accantonare ogni mese una quota del fatturato su un conto separato.

Il commercialista: non obbligatorio, quasi indispensabile: da 500 a 1.200 euro l'anno per un forfettario.

L'uscita dal regime

Si esce dal forfettario dall'anno successivo se si superano gli 85.000 euro di ricavi (ma non i 100.000), se le spese per lavoro superano i 20.000, se i redditi da dipendente superano la soglia, o se sopravviene una causa ostativa. Si esce nell'anno stesso, con effetto immediato, se i ricavi superano i 100.000 euro: da quel momento si applica l'IVA e il regime ordinario per l'intero anno, con la necessità di rifare i conti. Si può anche uscire per scelta, con vincoli sui rientri.

Il conto completo su 30.000 euro

Tre profili, primo anno di attività, senza altri redditi.

Voce Consulente (78%, gestione separata) Sviluppatore (67%, gestione separata) Commerciante online (40%, gestione commercianti con riduzione 35%)
Ricavi 30.000 € 30.000 € 30.000 €
Reddito forfettario 23.400 € 20.100 € 12.000 €
Contributi INPS circa 6.100 € (26% del reddito) circa 5.200 € circa 3.100 € (il minimale ridotto prevale)
Reddito imponibile (dedotti i contributi) 17.300 € 14.900 € 8.900 €
Imposta sostitutiva 5% 865 € 745 € 445 €
Bollo, commercialista, diritti circa 900 € circa 900 € circa 1.200 € (con Camera di commercio e SCIA)
Totale tasse, contributi e costi circa 7.900 € circa 6.850 € circa 4.750 €
Netto disponibile circa 22.100 € (74%) circa 23.150 € (77%) circa 25.250 € (84%)

Le letture. Nel primo anno con il 5% il peso maggiore è dei contributi, non dell'imposta: chi pianifica l'imposta e dimentica l'INPS sbaglia il conto di due terzi. Il commerciante paga meno in questo esempio perché il coefficiente è basso e il minimale ridotto è vicino al suo reddito: con 10.000 euro di ricavi il rapporto si inverte, perché i contributi fissi restano. Dal sesto anno l'imposta passa al 15% e il totale del consulente sale a circa 9.600 euro (68% netto). E il netto non è lo stipendio: da esso escono i costi reali dell'attività, che il forfettario non deduce.

In sintesi

Il regime forfettario nel 2026 si applica con ricavi fino a 85.000 euro, spese per lavoro fino a 20.000, redditi da dipendente fino a 35.000 (soglia confermata per l'anno), senza partecipazioni ostative e senza fatturare in prevalenza al datore attuale o a quello dei due anni precedenti; l'imposta sostitutiva è del 15%, ridotta al 5% per cinque anni a chi inizia un'attività nuova che non prosegue la precedente; niente IVA, niente ritenute, contributi deducibili. Il reddito è il fatturato per un coefficiente che dipende dal codice ATECO (40% commercio e ristorazione, 54% ambulanti, 62% intermediari, 78% professioni, sanità, istruzione e finanza, 86% costruzioni e immobiliare, 67% tutte le altre, informatica e audiovisivo compresi), e i contributi dipendono dalla gestione: circa il 26% del reddito nella gestione separata senza minimi, contributi fissi minimi di 4.500–4.800 euro (3.100–3.200 con la riduzione del 35%) per artigiani e commercianti, regole proprie per le casse.

Su 30.000 euro di ricavi il primo anno restano tra il 74% e l'84% secondo il profilo, con i contributi che pesano più dell'imposta; la fattura elettronica, il bollo, la dichiarazione, gli acconti di giugno e novembre e l'uscita immediata sopra i 100.000 euro sono gli adempimenti da conoscere. Il forfettario rende la partita IVA sostenibile anche per redditi piccoli, a condizione di sapere prima in quale gestione INPS si finisce e con quale codice ATECO.

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