Criptovalute: guida ai rischi prima di investire un euro

Le criptovalute sono l'unico strumento finanziario di cui quasi tutti hanno sentito parlare per i guadagni e quasi nessuno per i rischi, che sono più numerosi e più diversi di quelli di qualunque altro investimento accessibile a un privato. Non è un articolo contro le criptovalute: è l'elenco di ciò che va saputo prima di comprarne, scritto per chi vuole decidere con i numeri e non con le storie.

Questo articolo percorre i rischi uno per uno: la volatilità con i dati storici, l'assenza di valore intrinseco, la custodia (che è il rischio che ha bruciato più denaro), le truffe che hanno nelle criptovalute il loro terreno preferito, i rendimenti "garantiti" che non lo sono mai, il quadro delle regole europee, la tassazione italiana dal 2026 e le regole per chi, saputo tutto, vuole comunque esporsi.

Rischio 1: la volatilità

Il bitcoin, la criptovaluta più grande e meno volatile, ha perso più del 70% del proprio valore in almeno tre occasioni nella sua storia (nel 2014, nel 2018 con un calo superiore all'80%, e nel 2022 con un calo di circa il 77%), impiegando anni per recuperare. Le criptovalute minori hanno oscillazioni molto più ampie, e la maggior parte di quelle esistite negli anni passati ha perso quasi tutto il valore o è sparita.

Per confronto, il mercato azionario mondiale nelle crisi peggiori degli ultimi decenni ha perso tra il 40% e il 55%. Un portafoglio con una quota rilevante di criptovalute può dimezzarsi in poche settimane, e la capacità di reggere psicologicamente un calo del 70% senza vendere è molto più rara di quanto chi non l'ha mai vissuto immagini.

La volatilità è anche la ragione dei guadagni raccontati: chi ha comprato nei momenti giusti ha moltiplicato il capitale. Chi ha comprato nei momenti sbagliati, che sono quelli in cui tutti ne parlano, ha perso la maggior parte. I due gruppi sono la stessa asimmetria vista da lati diversi.

Rischio 2: l'assenza di valore intrinseco

Un'azione dà diritto a una quota degli utili di un'azienda; un'obbligazione a interessi e rimborso; un immobile a un affitto. Una criptovaluta non produce flussi di cassa: il suo valore è ciò che il prossimo compratore è disposto a pagare. Questo non la rende priva di valore (anche l'oro non produce flussi), ma la rende priva di un'ancora: non esiste un modo di calcolare quanto "dovrebbe" valere, e il prezzo può andare ovunque nelle due direzioni senza che nulla nei fondamentali lo giustifichi o lo contraddica.

Per un principiante la conseguenza è pratica: non c'è modo di sapere se si sta comprando caro o a buon mercato. Si sta comprando al prezzo che il mercato esprime in quel momento, che è l'unica informazione disponibile.

Rischio 3: la custodia

È il rischio che ha fatto perdere più denaro ai possessori di criptovalute, più della volatilità, ed è quello di cui si parla meno.

Le piattaforme. Le criptovalute detenute su una piattaforma di scambio appartengono, di fatto, alla piattaforma finché non vengono ritirate. Le piattaforme sono fallite (una delle più grandi al mondo nel 2022, con miliardi di depositi dei clienti spariti), sono state violate, hanno bloccato i prelievi, sono sparite. A differenza dei conti bancari e dei depositi titoli europei, non c'è separazione patrimoniale garantita né fondo di garanzia: il cliente della piattaforma fallita è un creditore che aspetta anni per una frazione.

L'autocustodia. Tenere le criptovalute in un portafoglio proprio (un dispositivo hardware o un software) elimina il rischio della piattaforma e ne crea un altro: la frase di recupero (le dodici o ventiquattro parole che danno accesso ai fondi) è l'unica chiave, e chi la perde perde tutto, senza nessuno a cui chiedere; chi la condivide con un sito o una persona ha regalato tutto. Una quota rilevante di tutti i bitcoin esistenti è considerata persa per sempre per chiavi smarrite.

Non esiste una custodia senza rischio: esistono due rischi diversi, e chi compra deve scegliere quale gestire.

Rischio 4: le truffe

Le criptovalute sono il terreno preferito delle truffe finanziarie, per tre ragioni: i trasferimenti sono irreversibili, l'identificazione è difficile e il pubblico che le compra è abituato a promesse di rendimento straordinarie. Le forme più diffuse:

I finti exchange e i finti investimenti. Piattaforme che mostrano saldi in crescita e bloccano i prelievi chiedendo "tasse" per sbloccarli. Spesso raggiunte attraverso una relazione online costruita per settimane, che vira sugli investimenti.

I rug pull. Progetti e token lanciati con promozione aggressiva, i cui creatori ritirano tutta la liquidità e spariscono quando il prezzo è salito.

I finti airdrop e i drainer. Inviti a collegare il proprio portafoglio a un sito per ricevere token gratuiti: il collegamento autorizza il furto del contenuto.

Il phishing sulla frase di recupero. Siti, e-mail e "assistenza clienti" che chiedono le dodici parole "per verificare". Nessun soggetto legittimo le chiede mai.

I recuperatori. Dopo il furto, chi si offre di recuperare i fondi in cambio di un anticipo.

Per la Consob le cripto-attività sono tra i pretesti più frequenti degli oltre 1.800 siti oscurati dal 2019, e circa uno su otto le riguarda direttamente.

Rischio 5: i rendimenti "garantiti"

Piattaforme e progetti che promettono rendimenti fissi e alti sui depositi in criptovalute (staking, lending, "risparmio" con il 10, 15, 20% annuo) hanno una caratteristica comune: non spiegano da dove viene il rendimento, o lo spiegano con meccanismi che dipendono dall'arrivo di nuovi depositi. Nel 2022 diversi tra i più grandi servizi di questo tipo sono crollati, insieme a una "stablecoin" che prometteva stabilità e rendimenti e ha perso quasi tutto il valore in giorni, con perdite complessive di decine di miliardi per i depositanti.

La regola dei mercati finanziari vale identica: un rendimento alto e costante senza rischio non esiste. Nelle criptovalute la sua versione è lo staking "garantito" presso soggetti non regolamentati, e finisce come i Ponzi.

Il quadro delle regole

L'Unione europea ha introdotto un regolamento dedicato (MiCA), pienamente applicabile dalla fine del 2024, con periodi di transizione conclusi nel 2026: chi offre servizi in cripto-attività ai clienti europei (scambio, custodia, consulenza) deve essere autorizzato come prestatore di servizi, rispettare requisiti di capitale, informativa, gestione dei conflitti e separazione dei fondi dei clienti, e le "stablecoin" hanno regole di riserva. È un passo avanti reale: gli operatori autorizzati sono identificabili, e quelli non autorizzati operano fuori dalle regole.

Il regolamento non elimina i rischi di mercato, di custodia in autocustodia e di truffa fuori dal perimetro regolato: riduce il rischio della piattaforma per chi usa operatori autorizzati, e nulla per chi usa il resto. La verifica dell'autorizzazione negli elenchi delle autorità è il primo passo anche per le criptovalute.

La tassazione italiana dal 2026

Le plusvalenze e gli altri proventi da cripto-attività percepiti da persone fisiche sono tassati dal 1° gennaio 2026 con un'imposta sostitutiva del 33% (26% per i soli token di moneta elettronica denominati in euro), senza più la franchigia di 2.000 euro che valeva fino al 2024. Le minusvalenze si compensano con le plusvalenze della stessa categoria entro quattro anni.

Le cripto-attività detenute (su piattaforme, estere o italiane, o in autocustodia) vanno indicate nel quadro del monitoraggio fiscale della dichiarazione, con un'imposta sul valore dello 0,2% annuo analoga al bollo. Le piattaforme italiane autorizzate possono operare in regime amministrato, applicando le imposte per conto del cliente; quelle estere no, e il regime è dichiarativo con un commercialista che sappia calcolare le plusvalenze secondo le regole previste. Chi ha operato negli anni passati senza dichiarare ha un problema da affrontare con il ravvedimento prima che lo faccia l'amministrazione.

Il 33% è la tassazione più alta tra gli strumenti finanziari accessibili a un privato in Italia: sul rendimento netto pesa più del 26% di azioni e ETF e del 12,5% dei titoli di Stato.

Se vuoi esporti comunque

Chi, letti i rischi, decide di avere criptovalute in portafoglio lo fa con regole che limitano il danno possibile.

Una quota piccola. Solo denaro che si può perdere per intero senza conseguenze sulla vita: per la maggior parte dei portafogli una quota tra lo zero e il 5% del totale investito, dopo il fondo di emergenza e dopo la parte diversificata.

Solo le maggiori. Le criptovalute minori, i nuovi token e le "meme coin" hanno tassi di azzeramento altissimi. Chi vuole esposizione la prende sulle due o tre più grandi e capitalizzate, sapendo che anche quelle possono perdere il 70%.

Operatori autorizzati. Piattaforme autorizzate in Europa secondo il regolamento, verificate negli elenchi, meglio se italiane e in regime amministrato per la fiscalità.

Custodia decisa. Per cifre piccole la piattaforma autorizzata; per cifre significative un dispositivo hardware con la frase di recupero scritta a mano, conservata in due luoghi sicuri, mai fotografata, mai digitata su un sito, mai comunicata a nessuno.

Nessuna leva, nessun rendimento garantito, nessun consiglio da sconosciuti. La leva sulle criptovalute è il modo più rapido di azzerare un conto; lo staking presso soggetti non regolamentati è il modo più rapido di perderlo; il conoscente online che "investe" è la truffa più costosa.

Acquisti periodici e nessuna pretesa di prevedere. Chi compra a rate mensili una cifra fissa evita il momento peggiore; chi cerca il momento giusto lo trova quando tutti ne parlano, che è il peggiore.

La dichiarazione. Dal primo euro, con le regole del 33% e del monitoraggio.

In sintesi

Le criptovalute hanno rischi più numerosi e diversi di ogni altro strumento accessibile a un privato: una volatilità che ha prodotto cali superiori al 70% più volte anche sul bitcoin, l'assenza di flussi di cassa e quindi di un valore di riferimento, una custodia che espone al fallimento delle piattaforme o alla perdita della frase di recupero, le truffe più diffuse della finanza (finti exchange, rug pull, drainer, phishing, recuperatori), i rendimenti "garantiti" che crollano come i Ponzi, e dal 2026 la tassazione più alta tra gli strumenti finanziari, il 33% senza franchigia, con il monitoraggio fiscale. Il regolamento europeo MiCA rende identificabili gli operatori autorizzati e non tocca il resto.

Chi vuole esporsi comunque lo fa con una quota che può perdere per intero (zero-5% del portafoglio), solo sulle maggiori, su operatori autorizzati, con una custodia decisa e protetta, senza leva né rendimenti garantiti, con acquisti periodici e dichiarando tutto. Non è una raccomandazione a comprare né a non comprare: è ciò che serve sapere prima del primo euro, perché nelle criptovalute il primo euro è spesso l'ultimo che si rivede.

Altre guide su Come iniziare a investire con pochi soldi: guida per principianti senza promesse

Guida
Broker online: come confrontarli (costi, regolamentazione, tutele)
BTP e titoli di Stato: guida per chi parte da zero
Buoni fruttiferi postali: rendimenti, tassazione e quando hanno senso
Conto deposito: come funziona, quanto rende e come confrontare le offerte
Criptovalute: guida ai rischi prima di investire un euroStai leggendo
Crowdfunding immobiliare e lending: come funziona e cosa può andare storto
ETF: cosa sono e come funzionano, spiegato semplice
Fondo di emergenza: quanto tenere da parte e dove parcheggiarlo
Interesse composto: cos'è e perché conta più di quanto guadagni
Investire 1.000 euro: cosa considerare e cosa evitare
Investire 100 euro al mese: cosa aspettarsi a 10, 20 e 30 anni (con simulazioni)
PAC (piano di accumulo): come funziona e come impostarlo
Robo advisor in Italia: costi, pro e contro rispetto al fai-da-te
Trading online: la verità su guadagni e perdite secondo i dati CONSOB ed ESMA
Criptovalute: guida ai rischi prima di investire un euro