Trading online: la verità su guadagni e perdite secondo i dati CONSOB ed ESMA
Il trading online è venduto come il modo più rapido di guadagnare con i soldi: comprare e vendere in giornata, con leva, seguendo grafici e segnali, da casa, con un capitale piccolo. È l'unico settore della finanza in cui le autorità hanno imposto ai venditori di stampare sulla pubblicità la percentuale di clienti che perde denaro, e quella percentuale, che si legge in piccolo sotto ogni banner, è la risposta alla domanda del titolo.
Questo articolo mette in fila i dati delle autorità europee e italiane sulle perdite dei clienti al dettaglio, spiega perché la matematica del trading frequente è contro chi lo pratica, riassume le regole che l'Europa ha imposto dal 2018, distingue il trading dall'investimento, indica chi guadagna davvero nel settore, spiega come si tassano i risultati e chiude con cosa fare se, nonostante tutto, si vuole provare.
I dati delle autorità
Nel 2018 l'Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (ESMA) ha adottato misure straordinarie sui contratti per differenza (CFD), gli strumenti a leva con cui la maggior parte dei piccoli trader opera su valute, indici, azioni e materie prime. Alla base c'erano le analisi delle autorità nazionali, Consob compresa, sui conti dei clienti al dettaglio: la quota di clienti che perdeva denaro andava, secondo il paese e il periodo, dal 74% all'89%, con perdite medie per cliente di migliaia di euro.
Da allora ogni intermediario europeo che offre CFD alla clientela al dettaglio deve pubblicare, in ogni comunicazione, la percentuale dei propri conti in perdita nell'ultimo anno. Le percentuali che si leggono oggi sotto i banner dei broker autorizzati oscillano in genere tra il 70% e l'85%. Sono i numeri dei broker stessi, calcolati con regole imposte, sui loro clienti: non un'opinione.
Le opzioni binarie, lo strumento con il profilo peggiore, sono state vietate del tutto in Europa per la clientela al dettaglio.
La Consob, da parte sua, ha condotto analisi sui conti dei clienti italiani in strumenti a leva con risultati coerenti, e dal 2019 ha il potere di oscurare i siti che offrono servizi di investimento senza autorizzazione: oltre 1.800 siti bloccati, in gran parte finti broker di trading.
Gli studi accademici indipendenti dicono la stessa cosa da decenni: le analisi sui conti dei trader giornalieri in diversi mercati mostrano che una frazione minima, nell'ordine dell'1–3%, ottiene profitti costanti dopo i costi, e che la maggioranza perde in modo proporzionale alla frequenza con cui opera. Più si opera, più si perde.
Perché la matematica è contro
I dati hanno una spiegazione aritmetica, che non dipende dall'abilità del singolo.
I costi per operazione. Ogni operazione paga uno spread (la differenza tra prezzo di acquisto e di vendita) e spesso una commissione. Chi opera cento volte al mese paga cento volte. Su un capitale di 5.000 euro, costi dello 0,1% per operazione moltiplicati per cento operazioni sono 500 euro al mese, il 10% del capitale: per pareggiare serve un rendimento del 10% mensile, cioè oltre il 200% annuo, prima ancora di guadagnare un euro.
La leva. Con una leva di 20 a 1, un movimento dell'1% del sottostante muove il capitale del 20%. Le oscillazioni giornaliere dei mercati sono sufficienti a azzerare un conto a leva in pochi giorni di direzione sbagliata, e la direzione a breve termine dei mercati è, per la ricerca di decenni, imprevedibile.
I costi di mantenimento. Le posizioni a leva tenute aperte oltre la giornata pagano interessi (i costi overnight), che nel tempo erodono il capitale a prescindere dalla direzione.
L'asimmetria delle perdite. Perdere il 50% richiede di guadagnare il 100% per tornare in pari. I trader che alternano guadagni e perdite di uguale percentuale perdono capitale per aritmetica.
La psicologia. Le perdite pesano più dei guadagni, e spingono a tenere le posizioni in perdita e a chiudere quelle in guadagno; le serie fortunate spingono ad aumentare la leva; la vicinanza al pareggio spinge a "recuperare". Sono comportamenti documentati, e la piattaforma è costruita per favorirli: notifiche, grafici in tempo reale, un'esperienza progettata per far operare di più.
Il risultato è che un trader con una capacità di previsione pari al caso (cioè come quasi tutti) perde con certezza nel tempo la somma dei costi; uno con una capacità leggermente superiore al caso perde comunque, perché i costi superano il vantaggio; e solo chi ha un vantaggio informativo o tecnologico reale e costante (i professionisti con strumenti che il privato non ha) guadagna in modo sistematico.
Le regole europee dal 2018
Le misure adottate dall'ESMA e rese permanenti dalle autorità nazionali, Consob inclusa, hanno cambiato il mercato per la clientela al dettaglio.
Limiti alla leva: al massimo 30 a 1 sulle principali coppie di valute, 20 a 1 sugli indici principali e sull'oro, 10 a 1 sulle materie prime, 5 a 1 sulle azioni, 2 a 1 sulle criptovalute. Prima si arrivava a 400 a 1.
Protezione dal saldo negativo: il cliente non può perdere più di quanto ha versato.
Chiusura automatica delle posizioni quando il margine scende sotto una soglia.
Divieto di bonus e incentivi all'apertura del conto o al deposito.
Avvertenza standardizzata sui rischi, con la percentuale di conti in perdita.
Divieto delle opzioni binarie.
Le regole proteggono dal peggio (non si perde più della somma versata, non ci sono più leve da 400) e non cambiano la sostanza: la maggioranza continua a perdere, con percentuali stampate sotto i banner. E hanno spostato una parte dell'offerta fuori dall'Europa, verso broker non autorizzati che promettono la leva vietata e i bonus vietati: sono i siti che la Consob oscura.
Trading e investimento non sono la stessa cosa
La confusione tra le due parole è la ragione per cui molti principianti si avvicinano al trading credendo di investire.
Investire significa comprare strumenti diversificati e tenerli per anni o decenni, accettando le oscillazioni in cambio del rendimento di lungo periodo dei mercati; i costi sono bassi e si pagano poche volte; il tempo lavora a favore; la ricerca mostra rendimenti positivi su orizzonti lunghi per chi non vende nei ribassi.
Fare trading significa comprare e vendere di frequente, spesso in giornata, spesso con leva, cercando di prevedere movimenti di breve termine; i costi sono alti e si pagano ogni volta; il tempo lavora contro; la ricerca mostra perdite per la grande maggioranza.
Chi vuole far crescere il proprio denaro investe; chi fa trading pratica un'attività speculativa ad alto rischio con un'aspettativa negativa per costruzione. Non è un giudizio morale: è il segno delle aspettative matematiche.
Chi guadagna davvero
Nel settore del trading al dettaglio guadagnano in modo sistematico quattro categorie, e nessuna è il trader.
I broker, sugli spread, sulle commissioni e sui costi overnight, a prescindere dalla direzione: più i clienti operano, più il broker incassa.
I venditori di formazione: corsi, "accademie", mentorship, che vendono a chi perde la promessa di smettere di perdere.
I venditori di segnali e di gruppi, con abbonamenti mensili a canali che indicano cosa comprare, e i "trader" che si fanno seguire nel copy trading incassando commissioni sui follower.
Le piattaforme di truffa, che mostrano guadagni su schermo e bloccano i prelievi, e che sono la parte più grande dell'ecosistema del trading al dettaglio in termini di danno.
Il trader al dettaglio è il cliente di tutti e quattro.
Le tasse
Per completezza: le plusvalenze del trading su strumenti finanziari sono tassate al 26%, le minusvalenze si compensano con le plusvalenze entro quattro anni. Con un broker italiano in regime amministrato il calcolo è automatico; con i broker esteri, che sono la maggioranza nel trading a leva, il regime è dichiarativo: ogni operazione va dichiarata, con il quadro del monitoraggio per il conto estero, e chi opera centinaia di volte l'anno ha una dichiarazione complessa e costosa da far fare. Le plusvalenze su cripto-attività pagano il 33% dal 2026. Chi perde non paga tasse, e ha un credito di minusvalenze che serve a poco senza plusvalenze da compensare.
Se vuoi provare comunque
Chi, letti i dati, vuole comunque provare il trading lo fa con regole che limitano il danno.
Solo con un broker autorizzato in Europa, verificato negli elenchi con nome e dominio esatti: i broker fuori dall'Europa che promettono leve alte e bonus sono quasi sempre truffe. Con un capitale che si può perdere per intero senza conseguenze, considerato una spesa e non un investimento, separato dal fondo di emergenza e dal capitale investito. Senza leva, o con la leva minima. Con un tetto di tempo e di denaro deciso prima, e il conto tenuto delle operazioni e dei costi, perché la matematica del proprio conto convince più di quella degli altri. Senza corsi, segnali, gruppi e copy trading, che spostano il denaro dal trader a chi li vende. E con la consapevolezza che i dati della propria avvertenza sui rischi dicono già come finisce nella maggioranza dei casi.
In sintesi
I dati delle autorità dicono che tra il 74% e l'89% dei clienti al dettaglio che fanno trading con strumenti a leva perde denaro, che le percentuali stampate sotto i banner dei broker autorizzati stanno oggi tra il 70% e l'85%, e che gli studi indipendenti trovano profitti costanti in una frazione dell'1–3% dei trader. La matematica lo spiega: costi che si pagano a ogni operazione, leva che amplifica perdite imprevedibili, costi overnight, asimmetria tra perdite e recuperi e una psicologia che la piattaforma sfrutta. Le regole europee dal 2018 (leva limitata, protezione dal saldo negativo, divieto di bonus, opzioni binarie vietate) proteggono dal peggio e non cambiano il risultato medio, e hanno spinto parte dell'offerta verso i siti non autorizzati che la Consob oscura.
Il trading non è investire: chi fa crescere il denaro compra strumenti diversificati e li tiene per decenni; chi fa trading pratica un'attività con aspettativa negativa in cui guadagnano broker, venditori di corsi e di segnali, e truffatori. Chi vuole provare lo fa con un broker autorizzato, un capitale che considera speso, senza leva, con un tetto e il conto dei costi. E con la consapevolezza che la percentuale in piccolo sotto il banner parla di lui.